CIBO E CORPO COME ESPRESSIONE DI VIOLENZA di Sara Palermo

Anche cibo e corpo possono essere espressione di violenza. Nei Disturbi della Nutrizione e dell’ Alimentazione (DNA) il controllo fa da padrone, così come accade nella violenza di genere.

Nella violenza domestica, in particolare, il controllo viene esercitato sia da chi maltratta, sia da chi subisce; la donna tenta di comprimere la rabbia del partner/familiare, assumendo su di sé il peso di una missione salvifica nei confronti dello stesso.

In chi soffre di DNA il controllo avviene sul cibo e sulle forme del corpo, in un tentativo salvifico di non farsi sopraffare dalle emozioni. Il valore di sé incarnato in calorie ed esercizi fisici.

Ho avuto l’opportunità di intervistare donne che subiscono o hanno subito violenza all’interno delle relazioni intime.

Nei racconti delle donne spesso il momento del pasto era un momento di rischio di innesco di dinamiche violente, la spesa una fonte di controllo dell’aggressore, il corpo denigrato pre e post gravidanza. La donna smetteva di nutrirsi perché un corpo desiderabile la metteva a rischio di sguardi altrui, oppure il cibo diventava l’unico modo, di nascosto, per darsi un effimero piacere in una vita di allerta, terrore e dipendenza.

Nei DNA c’è una dimensione di isolamento che ritroviamo anche nelle donne che si rivolgono al Centro Anti Violenza , quel bisogno di essere non giudicate, accompagnate in un percorso per ricongiungere una mente lacerata e spesso distaccata dalla realtà (accade nei disturbi post traumatici come forma di difesa) da un corpo attaccato da se stesse o dall’aggressore.

La donna può reagire dissociando, allontanandosi dalla realtà, comportandosi come se le violenze non fossero più capaci di elicitare quelle emozioni e quelle reazioni che le situazioni di grave pericolo, solitamente, generano. È comprensibile dunque la difficoltà non solo di interrompere la relazione, ma anche di cercare un aiuto esterno.

Anche nelle forme gravi di un DNA è difficile chiedere aiuto.

Quando si parla con una donna che subisce o ha subito violenza all’interno della relazione intima può accadere di osservare tono della voce monotono, una mimica facciale congelata. Mi ha molto colpito il viso quasi immobile di alcuni racconti, lo stesso che si ritrova in chi soffre di grave anoressia. Gli occhi vanno illuminati, i corpi abbracciati e i percorsi di ogni donna devono essere individualizzati verso l’autonomia.

È l’intera comunità che deve diventare curante e accogliente. Nuovi modelli socio-educativi devono superare l’idea di donna dipendente e subordinata e smettere di affermare solo la funzione di cura materna a discapito dei desideri e dei bisogni personali che sono un diritto di ognuno di noi.

Per ridare vita a quegli occhi spenti dalla violenza ci vogliono leggi e risorse, per creare formazioni professionalizzanti, percorsi lavorativi, supporto psicologico e medico.

E allora i cuori potranno tornare a battere, non di terrore, ma di desiderio.

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